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Chi mi disse donna

“Chi mi disse donna” è la mia seconda silloge, anch’essa inedita. È la prima vera prova di svestizione del mio trascorso; chi mi sa, sa anche quanto questo mi costi.
Far quadrare la rabbia, la paura, l’andare oltre, il lasciare andare.

 

(poesie da me scelte)

 

Questa casa nuova
è solo un guscio a dondolo
sotto il culo di un’enorme gallina.
Ma io son dentro
scherzo di natura
a far solletico per liberarmi.
Ne venissi fuori anche solo da falena
per battere dello stesso sbaglio
un nuovo lume paziente.
Ne venissi fuori svuoterei la gola.
Ma tutto attorno è piuma e tace
perché nulla ha da dire
e io col tutto
muta.

*

Ho fatto un corpo tondo di uovo sodo
per non curarmi il male in testa
tutta tenuta in una poltrona
finta di pelle e pensieri
nel cantuccio messa
come un vecchio pugile.
Gobba e devota così alla poca luce
chiesa è la mia casa
se le mie dita con arpeggio di rosario
giocano il cotone in pugno.
Passa luce di qui
luce che sgarza l’ombra
il poco che voglio per vedere tutto
ciò che c’è nel vero
e serena pettinare anche i sogni.

*

La notte è olio di ricino
e la solitudine mi brucia l’esofago
se mastico coperte con le unghie
puttanelle bordeaux
o rigo di rimmel la guancia del clown.
Tu-non-più.
E nelle narici il mio filtrato dice
che mai posso ancora essere un sarò

*

Scatola cranica
scatola toracica
anatomicamente fatta
per traslocare e immagazzinare
aprire e chiudere con fare metallico
il rullante di un garage e tutto ciò che in esso
canta e si scorda o si pensa di custodire curato.
Però mi domando invecchiando se faccio
forse più la nobilbotte o solo un silo
plebeo di sputo e terra come dove
è fame vera e si scorda
o si pensa di custodire
in due granaglie
tutti i ricordi.

*

Pallido inverno sul mio seno
nudo spazza il segno timido
ricordo di sole.
Come passamaneria della mia pupa
fa ninnolo
per il tuo albero adorno
magari.
Sì, magari
l’abete è verticale
ai nostri occhi stesi
al suolo stanchi di corpi giunti
magari.
Si, magari
è solo una vertigine su cui
pregare di sogni
come quando bambini
magari.
E chiedere al camino di sbuffare
ancora sull’abbozzo di coppia
che siamo stati.

*

Pianista fai pure
la chiocciola
su quel SI bemolle monco
che pesta l’aria come tu il tasto.
Gli altri sono corpi che godono
e tu di loro sei fatto, solo di loro
mentre io sto nel canto buio.
Sputa pure sul mio bianco e nero
e toccati il tuo che fa suono
ciabattando parole per altra bocca.
Di mio abbastanza so
e non solo che fuori notte s’è fatta.
Sfrigolo così il mio ultimo fumo
mentre tu sfiaccoli il bicchiere in mano
e dall’altra sempre il SI rognoso.
Non c’è male, non al tuo rifiuto
ché t’ho visto bene tra le candele accese
ma qui son stata a far la mia.
Stasera più non mi duole l’essere
solo una donna.

*

Tu tiri cocciuto bove l’aratro in un solco
e fai di me musica come la puntina fa
dal vinile scricchiolante.
Tu spingi ambra grigia dalle mie tempie
a farsi tempio o altare, forse pane
consacrato
ma alla comunione di chi?
Promessa di un nome
grattato nel marmo.
Podio per un solo piede.
Io soffro però ogni tasto premuto
a riordinare cassetti di verbalità
somigliante.
Io smorzo il caos così di una camera
confusa.
Tu lasciami per favore attendere
lasciami nel nido mio
di saggia bimba.
Domani lo decoro il talamo
di petali e lamé.
Domani le nozze pubbliche
e la maturità di primo concedermi.
Oggi però ancora un poco
mi conservo fragile
questo imene di carta.

*

Consumo tazze.
Tazze di cacao rotondo
per la mia gola bambina docile
che nello specchio è tutta pastello
mentre si lecca un baffo di gusto.
Tazze di farina bianca
per una torta impastata d’aria, sei tu
amore adolescente dai capelli sottili
che più non mi ha chiamata e ancora temo.
Tazze di pace solubile
vorticata dal canto d’un cucchiaio
e leggermente zuccherata di sole
per schioccare la mia nuova lingua adulta.
Consumo tazze
ora calde di acqua nulla
con dentro una bustina di poco.
E mi basta perfino.

*

C’è una complice rotondità
gialla d’invidia e piscio di gatto
nelle bolle che di testa loro
vanno volando in un flop a bucare
l’orlo come pure tutta me ora, scalza
appesa alla ragnatela-sofà
nella stanza che rotola.
All’angolo scordato ho impilato altri libri
e di lì sopra il bicchiere ammicca pieno.
È passato un anno liscio e curvo
come questa palla soffiata
per il mio naso e la mia bocca
con lo squaglio d’oro dentro.
Il solido è solo sulla pancia che carezzo.
Ricordo così che ho fatto e così
una scelta sono stata.
Poco altro mi curo in giro
(Il tappeto è del gatto)
poco d’altro penso
(il lavoro è in un cassetto)
poco sono in questo tempo se
il passato è qui nel vetro che in mano reggo
e cinquanta metri quadri riflessi sanno
di prepotente privée baccanale.
Sussurratemi piedi caprini ancora
d’essere io.
Nuova.

*

Io sono un calamaio troppo secco
per il pennino-falce
che miete un precoce non più
pennino-corvo
che gracchia il papiro dell’avrei voluto.
Nel pugno è una zappa scrocchia-rughe
sul volto in pentagramma:
una fuga tra fughe
di zolle assetate lentamente.
Perché io terra senza grasso
strozzo il seme.
E si stiracchierà non ancora
più capocchia di gemma dalle dita
più verde filo dolce sulla lingua
più grano raggiato negli occhi
stretti ora su di me stesa
per trovarmi un poco
e riprovare il verso.
Che sia sonno-maggese di ritorno
in me come ieri china su carta
o solo punta rotta e non più domani.

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